Dott.ssa Tavani Psicoterapeuta modena, benessere psicologico fisico, psicoterapia separazione
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Dott.ssa Laura Tavani Psicologa e Psicoterapeuta
Dott.ssa Laura TavaniPsicologa e Psicoterapeuta

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Tematiche di psicologia e articoli

Come riconoscere il narcisista perverso?

  • Le coppie al giorno d’oggi

Viviamo in un contesto socio culturale in cui tutto è accelerato, veloce e anche la dinamica della coppia si è dovuta adattare a questo ritmo. I tempi della seduzione, del corteggiamento si sono accorciati. Anche i tempi della coppia si sono contratti, i partner si cambiano più facilmente rispetto ad un tempo, basti pensare a come i tempi di dissoluzione di un matrimonio siano diventati brevi, ora il divorzio si ottiene dopo sei mesi dalla separazione consensuale. Viviamo in una società in cui ciò che è importante è il bene per la persona singola, prevalgono l’individualismo e la capacità di godere del potere sull’altro. La manipolazione è una dinamica comune nella coppia, ma c’è un tipo di manipolazione altamente disfunzionale (distruttiva) che sarebbe importante riuscire a riconoscere. La manipolazione che distrugge l’altro è utilizzata dal perverso narcisista.

In questo articolo parlerò del narcisita perverso al maschile, perchè è più diffuso rispetto al femminile.

  • Caratteristiche del narcisista perverso
  • Dall’esterno sembra il ragazzo ideale, quello che tutti sognano, inserito molto bene a livello sociale, professionale.
  • E’ abile nell’apparire per quello che non è, questa è la prima forma di manipolazione che mette in atto.
  • Sono spesso persone molto dotate a livello intellettuale, appaiono molto sicuri di sé stessi.
  • Il mondo interiore del narcisista perverso è caratterizzato da un grande vuoto, gli sono mancate le gratificazioni da parte della madre che è stata troppo occupata altrove. Il narcisista perverso ha subito dei traumi nelle relazioni di attaccamento, non è stato protetto, né gli sono state date delle regole. E’ stato un bambino che ha dovuto diventare adulto subito.
  • Una volta divenuto adulto deve tenere sotto controllo gli altri, il mondo che lo circonda.
  • Per il perverso l’altro non esiste, e tutti i tentativi che la partner farà per cercare di cambiarlo saranno inutili.
  • Lui non ha nulla dentro di sé perciò ha bisogno di vampirizzare la sua preda per estrarne ciò che a lui manca. Ma la sostanza alla quale attinge nella partner non sarà mai abbastanza, nulla può colmare il suo vuoto. Il fatto che non si sazi mai spiega il comportamento persistente che è solito avere.
  • Apparentemente sembra sicuro di sé, in realtà ha bisogno di nutrire continuamente la sua autostima.
  • Il perverso narcisista è insensibile alla sofferenza degli altri, non è empatico, non può provare sentimenti, anche se fa di tutto per apparire una persona sensibile ed empatica.

In particolare si possono evidenziare tre fasi nella relazione con la partner (Chapaux-Morelli, Couderc 2011)

1. fase di seduzione, qui il perverso mostra il meglio di sé, in questo caso mostra un falso sé, mentendo, recitando un ruolo. L’obiettivo è che la donna si innamori di lui e  si occupi di lui. All’inizio pertanto mostra un lato vulnerabile di sé, provando ad attivare il lato materno della partner.

Raccontando un’infanzia infelice evoca nella donna l’idea di farlo felice a tutti i costi, cambiandosi, modificandosi per andare incontro alle sue aspettative, entrando così nel circuito della sfida. La donna è convinta di riuscire a soddisfarlo e di cambiarlo.

2. fase dell’intromissione. I due formano una coppia e le loro vite si incrociano a vari livelli: sentimentale, economico, sociale. A livello sociale il perverso agisce per isolare la donna dalla sua famiglia, dai suoi amici, dal lavoro. A livello individuale agisce facendola sentire sempre più fragile attraverso l’uso della critica, che dapprima usa in modo sottile, poi sempre più pesante. A livello sociale il perverso è molto apprezzato, pertanto se la partner si lamenta con la sua famiglia o con le persone che ha come punto di riferimento queste non la crederanno.

3. la fase della distruzione dell’altro. Questa è la fase in cui il perverso mostra la sua vera personalità, diventa più esigente, violento, geloso e distante. Il perverso è riuscito a farla sentire una nullità, insicura di sé, priva di valore. Spesso il perverso utilizza violenza verbale e fisica.  A livello verbale alterna momenti di dolcezza a momenti di aggressività e sono proprio queste oscillazioni a rendere ancora più dipendente la partner, la quale si destabilizza e non sa più come comportarsi, esita a perdonarlo e poi lo perdona pensando che cambierà. Attraverso i maltrattamenti la partner si paralizza, perde le sue capacità.

 

Nel prossimo articolo vedremo cosa potrà fare la vittima per uscire dal circuito disfunzionale della coppia.

 

Bibliografia:

P. Chapux-Morelli; P. Couderc La manipolazione affettiva nella coppia. (2011) Ed. Psiconline.

Articolo scritto da:

 Dott.ssa Laura Tavani

Psicologa-Psicoterapeuta

Strategie per sopravvivere con un partner narciso

 

In questo articolo ci focalizzeremo su come fare per sopravvivere nella relazione con un partner narciso.

 

 

E' importante per la partner del narciso se vuole sopravvivere adottare alcune strategie.

 Vediamo ora alcune indicazioni che suggerisce U. Telfener (2006), psicologa e psicoterapeuta.

 

Cosa può fare la donna di un partner narciso?

  • Innanzitutto la partner deve tenersi dei momenti e tempi per se stessa in cui coltivare i propri interessi, questo e' utile per non subire le cattiverie o i momenti negativi dei loro partner.
  • Spesso i narcisi si contraddicono, promettono e fanno progetti ma poi non mantengono, sembra che temano di non essere all'altezza delle loro aspettative. La partner quindi è bene che mantenga una certa distanza, e che vada per la propria strada, condividendo col compagno i successi raggiunti.
  • La partner deve anche nutrire la propria autostima e il senso di identità in modo da non farsi travolgere dalle critiche e da non essere usata.
  • La partner deve trovare il giusto equilibrio tra la disattenzione e la troppa protezione. E' importante rispettare anche il bisogno di silenzio che serve al partner narciso per ricaricarsi.
  • E' importante essere propositive e coinvolgere i narcisi senza farsi scoraggiare dai loro no che inizialmente tendono a dire, cercando di mantenere vivo il desiderio e la curiosità (Telfener, 2006) .

 

 

Cosa non  deve fare la donna di un partner narciso?

  • Riuscire a vedere l'uomo che si ha di fronte come un bambino ferito che non si fida degli altri e non come un nemico.
  • Quindi non comportarsi da vittime, anzi cercare di coinvolgerlo nella vita di ogni giorno senza colpevolizzarlo. Mentre nei momenti in cui il partner narciso si trova nella fase negativa e' consigliabile allontanarsi.
  • I narcisi hanno bisogno di sentirsi in una relazione simbiotica con l'altro e contemporaneamente hanno paura delle richieste. Hanno bisogno di sentirsi autonomi e liberi di quello che vogliono fare. La partner non deve essere invadente, ma rispettare il suo spazio ed essere rassicurante quando c'è il partner ascoltandolo con interesse, senza voler essere sempre presente. La rassicurazione va fatta entro certi limiti, la donna deve stare attenta a non ricoprire il ruolo di madre. Deve dare l'idea che quando vuole può andarsene.
  • La donna può migliorare il rapporto col narciso se lo gratifica, se lo sa ascoltare, se non lo sovrasta, se non si sente superiore.
  • La donna quando il partner si isola deve tenere a mente che il narciso fatica a fidarsi nelle relazioni e quindi avendo difficoltà a stare nelle relazioni, non è che non ha voglia di stare con lei.
  • Quando il partner narciso attacca e critica in realtà non attacca la persona in se ' ma l'idea che si è costruito di lei. La partner non dovrebbe mai mettersi totalmente in discussione.
  • La partner che sta col narciso deve evitare di fare programmi a lungo termine, i narcisi hanno un bisogno costante di ricominciare, di abbandonare il vecchio e di abbracciare il nuovo.
  • Come ultimo suggerimento non chiedere mai al partner narciso rassicurazioni sulla solidità del rapporto. Non si è mai sicure in queste relazioni (Telfener,2006).

 

In generale le donne con un partner narciso devono fare i conti con il suo comportamento ambivalente, col sentirsi fondamentali per laltro ma anche di non essere la loro priorità. E una relazione difficile perché sentono di non poter mai dare per scontato questo rapporto.

 

Bibliografia:

U. Telfener (2006), Ho sposato un narciso. Manuale di sopravvivenza per donne innamorate. Ed. Lit, Roma.

 

Articolo scitto da:

Dott.ssa Laura Tavani.

LA MINDFULNESS COME AIUTO NELL’ALIMENTAZIONE

Nella nostra società tutto scorre freneticamente e presi dalle mille cose da fare quotidiane anche il nostro modo di alimentarci ne risente negativamente.

  • Noi mangiamo con il pilota automatico

Spesso andiamo così di fretta e siamo persi dai nostri automatismi che non ci rendiamo conto che stiamo mangiando, ne’ cosa stiamo mangiando. Infatti il più delle volte mangiamo inconsapevolmente. Mentre gli altri animali mangiano quando hanno fame e smettono quando sono sazi, molti di noi hanno sviluppato un rapporto strano con il cibo.

C’è chi si abbuffa velocemente e c’è chi è perennemente a dieta. Quando si trangugia il cibo di solito si pensa ad altro e non si assapora veramente quello che si mangia. In quei momenti reagiamo alla vista del cibo con l’impulso di divorarlo, con o senza appetito. Non si colgono le  sensazioni di sazietà ma si pensa solo al boccone successivo prima ancora di aver finito di masticare quello che abbiamo in bocca.

Spesso riempiamo il cucchiaio molto prima di aver finito di deglutire un boccone. A volte il cibo ci serve per calmarci, per distrarci dai pensieri o da emozioni spiacevoli con le gradevoli sensazioni del mangiare.

Se non assaporiamo il cibo non possiamo neanche apprezzarlo e non pensiamo neanche alla fatica che è stata fatta per preparare quel cibo.

Mangiare in questa modalità può essere utile subito e darci qualche conforto ma poi a lungo termine può creare problemi di salute.

L’alimentazione inconsapevole può assumere altri significati se lottiamo contro le calorie. Ogni passo diventa una battaglia tra desiderio e forza di volontà, ogni pasto diventa o un successo o un fallimento.

Quando si cerca di mangiare poco dopo un po’ è inevitabile ritrovarci ad eccedere col cibo, questo tira e molla ci porta a criticarci riguardo a quanto siamo grassi, brutti, autodistruttivi…e ci avviliamo reagendo spesso confortandoci con altro cibo.

  • La mindfulness può aiutare a spezzare i nostri automatismi nel mangiare

Con la pratica della mindfulness abbiamo un’alternativa diversa. I cibi con la mindfulness vengono gustati lentamente e in silenzio. Dopo un po’ di prove e di errori, si impara a mangiare solo ciò di cui il corpo ha bisogno . Si reimpara a riascoltare il senso di fame e di sazietà.

 Se rivolgiamo un’attenzione consapevole al processo del mangiare, prendiamo atto di esperienze che altrimenti sarebbero inosservate. Potremmo renderci conto delle connessioni tra pensieri, emozioni e consumo di cibo e di conseguenza spezzare quegli automatismi che ci portano a mangiare troppo. Quindi con la pratica si impara a sentirsi, a rispettare i bisogni del corpo e della mente, uscendo dai circuiti disfunzionali che alimentano i pensieri autocritici e di colpa.

 

Articolo scritto da:

dott.ssa Laura Tavani

Psicologa-Psicoterapeuta

EFFETTI BENEFICI DELLA MINDFULNESS SUL DOLORE CRONICO

 

  • Le malattie e i dolori fanno parte della nostra vita

Le malattie, i dolori non sono graditi da nessuno e da tempo l’uomo è ricorso a diversi mezzi per evitarli, ma nonostante tutto continuano ad accompagnarci.

La nostra società valuta negativamente il dolore e fa di tutto per eliminarlo, ma questa avversione al dolore è un ostacolo per imparare a convivere con il dolore cronico.

Il dolore cronico si distingue da quello acuto perchè dura nel tempo e non è facilmente eliminabile. Può essere costante o intermittente e variare di intensità. A volte la causa del dolore cronico non è ben indentificabile a differenza del dolore acuto.

  • L’importanza di come reagiamo al doloroe

Non è il dolore in sé, ma è il modo in cui reagiamo a esso a determinare il grado di sofferenza che stiamo vivendo. Ciò che fa più paura all’uomo è la sofferenza non il dolore.

Molte persone, dopo un lungo calvario di tentativi finiscono per sentirsi dire dai medici che dovranno imparare a convivere con il dolore. Ma nella maggior parte dei casi non viene spiegato come!

Il dolore, nell’ottica del nuovo paradigma della salute, è un problema sistemico. Gli impulsi sensoriali che hanno origine alla superficie del corpo o internamente vengono trasmessi lungo le fibre nervose al cervello, qui vengono interpretati come “dolore”. Le funzioni emotive e cognitive superiori intervengono a modificare la percezione del dolore in diversi modi. Attraverso questa prospettiva si evince la possibilità di usare la mente, attraverso per esempio la meditazione, per influenzare l’esperienza del dolore.

  • La Mindfulness come mezzo per stare meglio con il dolore cronico

Dagli studi condotti ogni anno nella clinica del dott. Kabath Zinn si nota una evidente riduzione del livello di dolore nei pazienti durante le otto settimane del corso di mindfulness. La meditazione è efficace per diversi tipi di dolore come mal di testa,, sciatica, dolori alla schiena, al collo, alle spalle, al viso, al petto, alle braccia…

L’approccio alla consapevolezza dimostra che è utile la disponibilità ad aprirsi al dolore invece che chiudersi e scacciarlo via. In particolare attraverso la Mindfulness si impara a rapportarsi con il dolore nel modo più neutro possibile, osservandolo senza giudicare, entrando nelle sensazioni in modo dettagliato. Si impara anche ad accogliere il dolore con il respiro e a starci nel qui e ora, prendendo ogni momento così come viene. (Kabatt-Zinn, 2010)

 

 

Articolo scritto da:

dott.ssa Laura Tavani

Psicologa-Psicoterapeuta

 

Bibliografia:

J. Kabat Zinn (2010) “Vivere momento per momento” Ed Tea, Milano

Caratteristiche di un dipendente affettivo

 

In questo articolo mi focalizzerò a descrivere la dipendenza affettiva e le caratteristiche della persona che soffre di dipendenza affettiva.

  • Cos’è la dipendenza affettiva?

La dipendenza affettiva è un disturbo molto attuale che caratterizza la società odierna, anche se è sempre esistita. In un contesto socio culturale in cui non vi sono più punti saldi, valori a cui aggrapparsi, dove tutto corre veloce e le relazioni sono sempre più “liquide”, si sente il bisogno di colmare il vuoto dentro di sé “dipendendo” da un’altra persona. Vi è l’idea che l’altro possa proteggerlo dal resto del mondo e soddisfare tutti i suoi bisogni.

La dipendenza non è di per sé un concetto negativo dato che è normale che in una relazione ci sia un certo grado di dipendenza.

  • Quando allora la dipendenza diventa patologica?

Quando l’amore incatena, impedisce la libertà dell’individuo. Il dipendente affettivo vede nell’amore la risoluzione di tutti i suoi problemi.

  • Quali sono le caratteristiche della dipendenza affettiva?

Secondo Giddens la dipendenza affettiva presenta alcune caratteristiche:

  • Lo stato di ebbrezza: il soggetto prova una sensazione di ebbrezza dalla relazione con il partner.
  • La dose: il soggetto ricerca dosi sempre maggiori di presenza. L’altro non basta mai, il dipendente esiste solo quando l’altro c’è.
  • Le normali attività quotidiane sono trascurate, l’unica cosa importante è il tempo trascorso con l’altra persona.
  • Vi è una paura ossessiva di perdere la persona amata, si è disposti a fare qualsiasi cosa pur di non perderla.

In questo modo la persona che soffre di love addiction trascura tutto il resto come le relazioni affettive, il lavoro…si riducono i propri spazi di indipendenza. Anche se il dipendente affettivo è consapevole che la relazione è senza speranza non riesce ad interrompere la storia.

 

Secondo Guerreschi chi soffre di dipendenza affettiva ha difficoltà nel riconoscere i propri bisogni, non riesce a prendersi degli spazi per se stessi nè a prendersi cura di sé. Verso se stessi hanno un atteggiamento negativo. L’idea di fondo che guida il comportamento del dipendente è:  “per poter essere amato devo sacrificarmi per l’altro”. Questo pensiero è stato appreso nei primi anni di vita e viene riprodotto nella storia di coppia.

L’individuo con dipendenza affettiva ha paura di cambiare e pensa che occupandosi sempre dell’altro la loro relazione diventi stabile, poi viene inevitabilmente deluso dall’altro, perché quello che fa non è mai abbastanza. I dipendenti affettivi sono dominati dalla paura di perdere l’altro. La dipendenza viene nutrita dal rifiuto dell’altro.

Ciò che incatena il dipendente è l’idea di sfida ovvero la presunzione di riuscire a farsi amare da chi proprio non ne vuole sapere.

Guerreschi riferisce che chi soffre di dipendenza affettiva proviene da una famiglia in cui i bisogni emotivi sono stati trascurati, nell’infanzia non si è potuto sperimentare una sensazione di sicurezza all’interno delle relazioni significative, generando così un bisogno di controllare il partner e la relazione da adulte.

  • E’ un disturbo che colpisce anche gli uomini

Questo disturbo colpisce anche gli uomini anche se in modo inferiore rispetto alle donne, in quanto quest’ultime sono propense a pensare continuamente al problema che stanno vivendo, invece gli uomini sono più portati ad agire, a sfogare i propri problemi sul lavoro o ad allontanare il dolore facendo uso di sostanze.

Quindi la persona che soffre di dipendenza affettiva ha una bassa stima di sé , non si sente mai abbastanza amata e le rassicurazioni del partner non servono a nulla.

  • Come uscirne?

La persona dipendente non riesce da sola ad uscire dalla relazione, anche se spesso è consapevole che la relazione è senza speranza. Per questo è importante che cerchi aiuto in una terapia individuale e in alcuni casi anche in percorsi di gruppo.

 

Bibliografia:

Guerreschi C. (2011) “La dipendenza affettiva. Ma si può morire d’amore?” Ed. Franco Angeli, Milano

Giddens. A. (1995) “La trasformazione dell’intimità”, il Mulino, Bologna.

 

Articolo scritto da dott.ssa Laura Tavani

Psicologa-Psicoterpeuta

Mindfulness, la consapevolezza al momento presente

 

Come già spiegato in articoli pubblicati precedentemente, praticare la Mindfulness non vuol dire fermarsi a sedere ma significa “arrestarsi ad essere presenti a se stessi”.

La nostra vita, in particolare nel mondo occidentale, è caratterizzata da una moltitudine di attivita’ da fare ogni giorno, a partire da quando ci svegliamo al mattino, non facciamo in tempo ad accorgerci che ci stiamo alzando dal letto quando la nostra mente è già alle prese con la lista delle cose da fare nell’arco della giornata.

Un modo efficace per interrompere le nostre attività è quello di passare dalla modalità del fare a quella dell’essere.

Per chi vuole provarlo ora, può iniziare a considerarsi come un testimone esterno che va a valutare questo momento in cui state leggendo, senza tentare di cambiarlo.

Che cosa sta accadendo?...........

Cosa provate ora?.........

Cosa vedete?..........

Cosa sentite….?

Quando ci si ferma tutto può apparire più semplice, è un po’ come se si morisse e il mondo continuasse ad andare avanti senza di noi. Come dice il dott. Kabat Zinn “morendo” ora diventate più vivi. Non è un atteggiamento passivo e quando deciderete di riprendere a fare le cose sarà una partenza diversa.

La pausa ci agevola a vedere nella giusta prospettiva tutte le insicurezze e le preoccupazioni che ci accompagnano nella vita di ogni giorno.

Potete provare, quindi, diverse volte al giorno a fermarvi e ad ascoltare o notare semplicemente il vostro respiro per qualche minuto o per soli cinque secondi. Accettando il presente così come è, andando a notare le vostre sensazioni ed emozioni. Respirate e lasciate che tutto scorra.

Quando fate questa prova non dovete cercare di cambiare niente. Permettete che la mente e le emozioni siano proprio come sono in questo momento e lasciate a voi stessi la libertà di essere proprio come siete ora.

Cosa avete notato? Com’era il vostro respiro? Lento o veloce?

Quali emozioni c’erano? E quali sensazioni?

Potreste notare che ogni volta che ripetete questa prova potreste notare aspetti diversi a seconda di come vi sentite in quel momento lì della vostra giornata.

Il fermarsi e notare come si è può aiutare a spezzare anche dei circuiti viziosi che spesso ci fanno soffrire.

 

Bibliografia:

J.Kabat Zinn, Ovunque tu vada ci sei già, Garzanti, 1994.

 

Articolo scritto da dott.ssa Laura Tavani

Psicologa-Psicoterapeuta

 

LA MINDFULNESS E LA CONNESSIONE CON I NOSTRI SENTIMENTI

La Mindfulness può aiutarci a non evitare i sentimenti o le sensazioni fisiche negative ma ad entrare in contatto con loro permettendoci di vivere con consapevolezza ogni momento della nostra vita.

  • MINACCE ED EVITAMENTO

La nostra mente funziona in modo tale che quando emerge qualcosa di sgradevole, i sistemi del cervello si attivano e ci allertano delle potenziali minacce. Di fronte alle minacce, o alla nostra infelicità la reazione più frequente e’ quella dell’evitamento. Non solo soffochiamo i comportamenti legati all’avvicinamento, come la curiosità, l’impegno e la benevolenza, ma la mente è indotta anche a evitare i propri stessi prodotti, isolandoli, sopprimendoli, fingendo che non ci siano anche quando sono presenti.

  • QUALI CONSEGUENZE?

Come conseguenza dell’evitamento dei sentimenti negativi non solo ci separiamo da essi e anche dalle sensazioni fisiche sgradevoli, ma sospendiamo la nostra capacità di sentire qualsiasi cosa. Andiamo a rafforzare noi stessi nell’essere distaccati dalla piena esperienza della vita. L’evitamento dei nostri pensieri, delle nostre emozioni e dei nostri sentimenti viene definito evitamento esperienziale . Per capire meglio possiamo pensare a quando siamo sulla nostra auto e sentiamo un rumore proveniente dalla vettura, ma per non sentirlo alziamo il volume della radio. Questa modalità non ci fa più sentire il rumore ma non impedisce che il motore grippi dieci miglia più in là.

Da diverse ricerche emerge come molte forme di disturbi delle emozioni sono le conseguenze di tentativi di evitare le proprie emozioni. Sappiamo che l’evitamento dei pensieri, emozioni, sentimenti negativi non permette di affrontarli, anzi rimangono con noi andando a trasformare le sensazioni sgradevoli passeggere in una sofferenza duratura.

Se non ne diventiamo consapevoli i sentimenti sgradevoli influenzeranno i nostri atteggiamenti, in modo tale da perpetuare la nostra infelicità.

  • COME POSSIAMO IMPARARE A RISINTONIZZARCI SENZA ESSERE SOPRAFFATTI?

Abbiamo un’unica scala nella mente che registra le esperienze come positive, neutre o negative, questa capacità funge da “barometro interiore”. La sfida è imparare a leggere il nostro barometro interiore. Se ci esercitiamo a diventare consapevoli della catena di reazioni innescata da circostanze particolari, ogni volta avremo l’opportunità di spezzare il legame tra le sensazioni di “pancia” e le reazioni automatiche che le seguono.

Di fronte alle emozioni negative come rabbia, disgusto, ansia abbiamo l’opportunità di sviluppare un sistema di allarme. Se ci sintonizziamo sui messaggi del barometro interiore, possiamo riconoscerle nel momento in cui sorgono. Nel momento in cui ne prendiamo consapevolezza la loro influenza sulla nostra mente si indebolisce.

Quando constatiamo che c’è un avversione in seguito ad un evento sgradevole è importante prenderne consapevolezza per aprire nuove possibilità.

Portando una consapevolezza gentile e non giudicante alle sensazioni fisiche che accompagnano tale infelicità, possiamo usare nel modo più adattivo le informazioni implicite nelle sensazioni e nei sentimenti stessi.

Praticando la Mindfulness ed in particolare la scansione corporea e altre pratiche può diventare più facile individuare la qualità sgradevole di un sentimento prima che esso inneschi l’avversione e attraverso un atteggiamento non giudicante ci metteremo in contatto profondo con la piena esperienza di ogni momento della nostra vita.

 

Bibliografia:

Hayes, S.C., Wilson, K.G., Gifford, E.V., Follette, V.M., Strosahl, K., “Experiential avoidance and behavioural disorders: A functional dimensional approach to diagnosis and tratment”, in Journal of Consulting and Clinical Psychology, 64, 1996,pp. 1152-1168.

M. Williams, J. Teasdale, Z. Segal, J. Kabat-Zinn Ritrovare la serenità (2010). Ed. Raffaello Cortina.

 

Articolo scritto da:

Dott.ssa Laura Tavani

Psicologa-Psicoterapeuta

Quando la coppia è violenta

In questo articolo si porta l’attenzione su quali dinamiche si costituiscono nella coppia violenta e quali sono le caratteristiche della coppia violenta.

Cosa si intende per violenta?

E’ violenta ogni situazione in cui si verifica un abuso fisico o psichico da parte di una persona su un’altra che quasi sempre si trova in condizioni di inferiorità rispetto alla prima.

Da alcuni studi emerge come le coppie che presentano violenza sono caratterizzate da un’ organizzazione gerarchica fissa basata su credenze di diseguaglianze naturali, su un sistema di autorità dove la distribuzione del potere si organizza secondo le gerarchie costituendo relazioni di dominanza e sottomissione.

Queste coppie sono caratterizzate da una modalità di relazione che porta alla riduzione dell’autonomia, poiché i membri della famiglia interagiscono rigidamente. Spesso vi è una comunicazione di significati che rende invisibile l’abuso e definisce la violenza come una cosa naturale all’interno della famiglia.

Si nota, inoltre, un consenso sociale esterno in cui si dà legittimità all’aggressore, lasciando la vittima senza risorse per affrontare la situazione.

Queste condizioni sono spesso sovrapposte e interagiscono tra di loro.

L. Walker ha descritto lo schema della violenza, che è caratterizzato da tre fasi che variano in intensità e durata secondo le coppie.

1. Fase di accumulo della tensione nelle interazioni. In questa fase vi sono aggressioni psichiche e lievi percosse, da un lato gli uomini aumentano la gelosia e il possesso, vedendo il loro comportamento come legittimo mentre le donne negano la realtà della situazione. Quando la tensione arriva ad un punto critico, vi è la fase due.

2. Fase acuta delle percosse, perdita di controllo, le donne si mostrano sorprese per l’aggressività che si manifesta improvvisamente in relazione a qualche situazione della vita quotidiana banale.

3. Fase di calma amorevole. In questa fase vi è rammarico e affetto da parte dell’uomo aggressore e da parte della donna vi è accettazione poiché crede nella sua sincerità. Qui domina una rappresentazione mentale idealizzata della relazione.

In seguito, prima o poi tutto il ciclo ricomincia.

 

In questo ciclo si nota, l’alternarsi della frustrazione e gratificazione.

Il partner dopo esser stato violento muta atteggiamento, in particolare più la donna ha reagito alla violenza esprimendo l’intenzione di separarsi, più l’aggressore si mostra da lei dipendente. La vittima non solo si sente riabilitata, ma si trova nei confronti del partner in un rapporto ribaltato rispetto a quello precedente di subordinazione: ora è l’aggressore colpevolizzato, è lui che si dichiara dipendente dalla donna e chiede a lei perdono (riabilitazione). Passare dall’esperienza di colpa a quella di sollievo di senso di colpa, gratifica la vittima e la induce a restare.

Da studi effettuati si è constatato che spesso, nei primi mesi di violenza del partner la donna interpreta come segni di ravvedimento comportamenti del partner come dimostrazioni di disperazione di fronte alla minaccia di separazione. Questa tendenza a illudersi della vittima si spiega con il suo estremo bisogno di riabilitazione.

La convinzione per cui la violenza è l’esito di problemi psicologici dell’aggressore fa assumere alla vittima, accanto al ruolo di perdonatrice, anche quello di salvatrice (Goldner et al., 1990). La donna oltre a sperimentare la sottomissione sperimenta anche il ruolo di riabilitatrice acconsentendo all’aggressore il perdono.

Più la donna rientra nella relazione di coppia, più l’aggressore è condizionato a ritenere che accetti la designazione di colpa e a sentire la propria violenza conseguenza delle sue provocazioni. Più la donna si oppone, minacciando di separarsi più l’uomo si sentirà sottoposto a una condanna morale.

La sottomissione della donna che, dopo aver criticato il comportamento del partner, accetta di restare, diventa per lui una riabilitazione sia sperimentare la sottomissione sperimenta anche il ruolo di riabilitatrice acconsentendo all’aggressore il perdono.

Più la donna rientra nella relazione di coppia, più l’aggressore è condizionato a ritenere che accetti la designazione di colpa e a sentire la propria violenza conseguenza delle sue provocazioni. Più la donna si oppone, minacciando di separarsi più l’uomo si sentirà sottoposto a una condanna morale.

La sottomissione della donna che, dopo aver criticato il comportamento del partner, accetta di restare, diventa per lui una riabilitazione sia una conferma del suo diritto a richiedere comportamenti non provocatori da parte della vittima, e una rassicurazione circa il controllo di lei.

 

 

Bibliografia:

Andolfi, M. (1999) La crisi nella coppia. Ed Raffaello Cortina Editore.

Goldner, V., Penn, P., Sheinberg, M., Walker, G . (1990) Love and violence: gender paradoxes in volatile attachments. Fam. Proc., 29, pp. 343-364.

Walker, L.E. (1984) The Battered Woman Syndrome. Springer, New York.

 

Articolo scritto da Dott.ssa Laura Tavani

Psicologa-psicoterapeuta.

 

 

 

GLI ADOLESCENTI D’OGGI E IL RISCHIO DI DIPENDENZE PATOLOGICHE

-Società del “tutto e subito”

Viviamo in un società dove la ricerca del benessere viene al primo posto. I figli del terzo millennio sono abituati da piccoli ad avere in casa ogni bene possano desiderare.

Sono abituati ad avere tutto e subito, non sono abituati ad aspettare, questo emerge da diverse ricerche sulle famiglie fatte negli ultimi anni.

L’infanzia oggi è caratterizzata da una miriade di inutili accessori materiali, da pochi e inadeguati rispecchiamenti con l’altro, senza guida autorevole e regole chiare, questo crea nel bambino un senso di onnipotenza,  di solitudine e di facilità di esposizione a ferite narcisistiche elevate da farlo sentire vuoto e da spingerlo a identificarsi con il vuoto stesso. Il bambino tenderà a riempirsi con qualunque cosa, riducendo in frantumi ogni limite.

Tale tendenza, prima di sfociare in vere condotte disadattate, è già visibile nei bambini che non riescono a stare da soli senza sentirsi soli e che non sopportano la noia, disperdendosi in mille attività, senza svolgerne nessuna con passione e desiderio, nei bambini che presentano frequenti scoppi di ira alla minima contrarietà e con difficoltà a tornare in tempi brevi a un normale equilibrio dell’umore.

 

-Ricerche delle neuroscienze

Recenti ricerche nell’ambito delle neuroscienze e neurobiologia confermano che un’educazione permissiva e una bassa qualità di relazioni tra genitori e figli produca nei bambini un enzima, la dopaminabetaidrossilasi, che modula il sistema nervoso in modo da non far percepire al soggetto i limiti della gratificazione.

Non possedendo gli strumenti interni per percepire il limite,  il soggetto può cadere nell’eccesso, tentando continuamente di trovare un appagamento che invece non potrà mai raggiungere.

Bambini non contenuti e con poche regole producono un’eccessiva quantità di cortisolo (ormone dello stress), responsabile di una cattiva proliferazione delle cellule nervose del cervello.

La mancanza reiterata di autorevolezza sembra provocare un inadeguato sviluppo delle vie nervose dalla corteccia frontale del cervello al sistema libico causando un diminuito controllo delle pulsioni.

I bambini, dai primi mesi di vita, hanno bisogno di sentire che le figure di riferimento avvertono ciò che essi stanno sentendo e percependo in questo momento.

Grazie ai continui rispecchiamenti, scambi e sintonizzazioni empatiche, presto i piccoli apprendono a identificare stati mentali diversi, a strutturare un adeguato sistema emozionale, a regolare e a modulare le pulsioni e sensazioni, a contenere gli stati d’animo sgradevoli e a usare nel migliore modo quelli piacevoli.

Se, al contrario,i genitori non rispondono in modo idoneo alle richieste del figlio, non rispecchiandolo, disattendendo il suo bisogno di vicinanza e di aiuto, il piccolo crescerà senza poter capire cosa deve fare per guadagnarsi l’affetto dei genitori e senza poter comprendere quando essi possono essere disponibili con lui, rimanendo dipendente.

Alcune zone del suo cervello inizieranno a produrre cortisolo e altre sostanze simili, provocando uno stress che , se prolungato nel tempo, lo renderà prima un adolescente e poi un adulto  prigioniero del proprio stato di dipendenza e non in grado di autorassicurarsi.

Mettendo costantemente in dubbio la realtà delle proprie percezioni e sensazioni, questi figli tenderanno a rimanere dipendenti dal mondo esterno perché tesi alla ricerca di conferme sulla validità del proprio sentire.

Figli fragili,  incapaci di accettare le emozioni tanto da viverle con angoscia con molta probabilità che i genitori:

-accettano le manifestazioni delle emozioni dei figli ma senza interagire con loro

-oscillano dal divieto alla tolleranza totale

-si sentono soggiogati dagli stati d’animo dei figli fino ad averne paura

-non danno indicazioni sui comportamenti da assumere

-non aiutano a gestire le pulsioni, poiché non pongono i limiti opportuni e regole adeguate

-sottovalutano i sentimenti dei figli, ritenendoli poco importanti.

 

La droga, l’alcol, l’anoressia e la bulimia, l’abuso del Web, le intossicazioni d’amore, la compulsione a comprare, la spinta all’azzardo nel gioco, non capitano ad un adolescente perché ribelle di carattere, né perché trascinato da amici sbagliati o perché tenta di emulare modelle.

Le circostanze a rischio favoriscono solo una tra le tante possibilità di collasso attraverso cui l’adolescente rinuncia alle proprie funzioni di sentire se stesso e gli altri.

Il più delle volte per non soffrire da questa mancanza di contatto, si getta come un burattino nella mischia, cercando di fare quello che fanno tutti, senza paura, senza sentire.

Senza prendersi  la responsabilità di costruire rapporti significativi e per questo rischiosi.

 

-Cosa dovrebbero fare i genitori?

I genitori oltre a insegnare ai propri figli comportamenti adeguati, a trasmettere idonei modelli culturali, a promuovere valori positivi e a favorire l’emergere delle potenzialità, dovrebbero mantenere alto il potere contrattuale.

Concessioni e divieti, aperture e sanzioni vanno misurati in base all’età, in un clima di chiarezza, autorevolezza e disponibilità, questi saranno in grado di capire nel tempo che cosa è bene fare per conquistarsi libertà e autonomia senza rischiare più di tanto.

Negli studi di neurofisiologia si è constatato che una relazione educativa basata su regole, contenimento e disponiblità favorisce una chimica cerebrale in grado di sviluppare neuroni in numero e forma e funzionalità di livello superiore e più adattivo.

L’aver introitato un’educazione caratterizzata da rispecchiamenti, condivisione, empatia, regole, contenimento e sanzioni contribuisce allo sviluppo di flessibilità e realismo, di coraggio che permette un’esplorazione dentro e fuori di sé.

La ricerca di affermazione e di autonomia da parte dei figli adolescenti non è in contrasto con il rispetto delle regole e con il contenimento educativo.

Per prevenire tali forme di disagio occorre stabilire con i figli una buona relazione educativa precoce e costante caratterizzata da una buona sintonia emotiva, tempo significativo da dedicare a loro, autorevolezza e contenimento.

Un genitore per aiutare suo figlio a gestire le emozioni dovrà:

- mostrare interesse alle emozioni dei figli  trasformandole in occasioni di dialogo, di condivisione;

-trascorrere un po’ di tempo con i figli senza essere impaziente, condividendo con loro sensazioni e difficoltà;

-aiutare a riconoscere le pulsioni interne dei figli e a gestirle;

-costruire insieme a loro regole da rispettare, soluzione di problemi, interazioni, giochi;

-far rispettare le regole e i divieti stabiliti;

-rispecchiare gli stati d’animo, sensazioni, i bisogni dei figli,  per offrire loro l’opportunità di gestire le proprie pulsioni attraverso le emozioni e indicazioni dell’adulto.

 

Bibliografia di riferimento:

Pietropolli Charmet, G., Ragazzi sregolati. Regole e castighi in adolescenza, Franco Angeli, Milano 2005.

Rizzolatti, G., Fogassi, L., Gallese, V., Neurophysiological Mechanism Underlying the Understanding and Imitation of Action, in “Nature Reviews. Neuroscience”,2,9,2001,pp.661-70

U. Mariani; E. Schiralli. Nuovi Adolescenti, nuovi disagi., 2011, Mondatori Milano.

 

Articolo scritto da

Dott.ssa Laura Tavani

www.psicomodena.com

 

               

 

Conflittualità e attribuzioni di colpa nella coppia

 

La buona riuscita di una relazione sentimentale dipende dal grado di coinvolgimento nel rapporto, dall impegno profuso per mantenerlo vivo, dall’ amore per il partner, dal tempo trascorso insieme e dalle esperienze condivise, dall’ influenza che l'uno ha sulle attività, gli obiettivi e i progetti dell altro, dalla vitalità e dalla durata della relazione, dal grado di intimità esistente tra i partner, dalla serenità che lo stare insieme regala a entrambi (Handelsman, McLain, 1988; Kobak, Hazan, 1991).

 

- Conflittualità nelle coppie

Nelle relazioni intervengono sempre dei momenti di tensione. Osservando certe coppie viene naturale chiedersi perché mai i partner insistono nel voler mantenere vivi certi rapporti, quando la soluzione più ragionevole sarebbe senza dubbio quella di rompere la relazione e cercare un nuovo compagno.

Uomini e donne compiono atti che turbano e irritano i rispettivi partner e da ciò può nascere un conflitto.

Tali azioni sono le più varie andando dalla violenza fisica, alla condiscendenza, agli insulti verbali, all’infedeltà , all’aggressione,  al rifiuto sessuale, all’ubriachezza.

 

In base a studi fatti da Gottman e Levenson (1992), emerge come le donne si assumano di più la responsabilità di regolare l'equilibrio affettivo della coppia e di focalizzare le energie di entrambi nel tentativo di superare i momenti di crisi: lo fanno esprimendo sentimenti anche negativi, coerenti con le difficoltà da affrontare. In alcuni casi il ruolo femminile e’ amplificato al massimo e può risultare disfunzionale, e portare al divorzio.

Rispetto alle coppie “normali”, due coniugi poco affiatati che si trovano coinvolti in una discussione per la soluzione di un problema si lasciano sopraffare da emozioni e sensazioni negative, questa affettività distorta e bloccata li porta ad agire in modo sfavorevole. Quando c’è una mancanza di disponibilità da parte di uno dei due la collera, che di solito serve per protestare contro l’ inaccessibilità del partner, può venire esasperata manifestandosi sotto forma di comportamenti violenti o può venire inibita attraverso il ritiro.

Simili modalità incrementano la probabilità di risposte di difesa, e cicli ripetuti di espressioni non funzionali e di risposte di difesa perpetuano le aspettative negative per se' è per gli altri ( Zak, 1998).

Ciò richiama il concetto di profezia che si autodetermina proposto da Watzlawick, Beavin, Jackson (1967). Ad esempio, una persona che agisce in base alla premessa: “ non piaccio a nessuno” si comporterà in modo sospettoso, difensivo o aggressivo, e' probabile che gli altri reagiscano con antipatia al suo comportamento, confermando la premessa da cui il soggetto era partito.

 E' irrilevante chiedersi perché una persona dovrebbe agire in base a una simile premessa, che cosa ha motivato questa premessa, fino a che punto il soggetto ne è consapevole. L’aspetto tipico e' che l’ individuo in questione crede di reagire a quegli atteggiamenti e non di provocarli.

Russell e Wells (1994) affermano che il conflitto in sè non porta al deterioramento del rapporto d’ amore.

                         

- Attribuzioni della colpa

I coniugi cercano spiegazioni causali, di chi è la colpa?

Se ciascuno ritiene l’ altro responsabile, si può instaurare un circolo vizioso, in cui entrambi si sentono accusati ingiustamente e autorizzati a reagire per recare di far valere le proprie ragioni, il legame tra i due comincia a indebolirsi.

Attridge, Berscheid e Simpson (1995) sostengono che ripensare continuamente al conflitto senza condividere con l’ altro le proprie impressioni e idee al riguardo porta a cristallizzarsi solo sulla propria prospettiva, fa vedere le cose più serie di quello che sono e fa sì che ci si incolpi reciprocamente.

Un’ altra modalità comune per gestire il conflitto nella coppia e quella dell’evitamento. Il fatto che una moglie reagisca positivamente a un comportamento di evitamento del marito potrebbe far parte di una strategia.

 

Scambiarsi opinioni aiuta a discutere e considerare altri punti di vista e a ridimensionare il problema.

 

 

Nella fase iniziale del rapporto i partner si dedicano totalmente alla costruzione della coppia in quanto nuova entità, ognuno cerca di mostrarsi nella luce migliore anche modificando le proprie caratteristiche individuali in modo che si combinino e si integrino con quelle dell’ altro. Maggiori sono gli aspetti caratteriali e le possibilità comportamentali che ciascuno reprime in sè, maggiori sono i rischi cui la relazione va incontro (Willi, 1987).

Le potenzialità individuali si riducono, la coppia si impoverisce sul piano del funzionamento e gli aspetti di personalità repressi finiscono inevitabilmente per riemergere, generando conflitti.

Il conflitto e' difficilmente risolvibile, perché il partner che ha represso delle parti di sè, pur delegando il compito di guidare la coppia e di prendere decisioni al coniuge, allo stesso tempo lo odierà e si odierà proprio per questo dover dipendere da lui e cercherà di minarne l’autorità. L’altro partner, a sua volta, prova rabbia per la mancanza di iniziativa e la passività del coniuge, pur non sopportando un’ eventuale emancipazione.

 

 

La vera causa della tensione andrebbe ricercata nell’ impossibilità di riconoscere gli aspetti repressi della propria e altrui personalità.

La responsabilità di tutto ciò che non va nel rapporto viene proiettata sul partner e il comportamento sbagliato dell’ uno diventa l’ alibi del comportamento sbagliato dell‘altro.

I litigi assomigliano a rituali che hanno lo scopo di perpetuare la divisione collusiva dei ruoli.

Emerge l’ accordo di fondo nel non voler realmente cambiare alcunché la relazione.

 

Bibliografia di riferimento:

Attridge M., Berscheid E., Simpson J.A. (1995), “Predicting relationship stability from both partners versus one”, Journal of Personality and Social Psychology 69, 254-268.

Handelsman M.M., McLain J. (1988), “The barnum effect in couples: effects of intimacy, involvement, and sex on acceptance of generalized personality feedback”, Journal of Clinical Psychology, 46, 128-145.

Kobak R.R., Hazan C. (1991), “Attachment in marriage: effects of security and accuracy of working models”, Journal of Personality and Social Psychology, 60, 6, 861-869.

Russell R.J.H., Wells P.A. (1994b), “Personality and quality of marriage”, British Journal of Psychology, 85, 161-169.

Watlawick P., Neavin J.H., Jackson D.D. (1967), Pragmatica della comunicazione umana, Astrolabio, Roma, 1997.

Willi J. (1987), La collusione di coppia, Franco Angeli, Milano.

Zak A. (1998), “Individual difference in perceptions of fault in intimate relationships”, Personality and Individual Differences, 24, 131-133.

                                                                                                                 

Articolo scritto da:

dott.ssa Laura Tavani

Psicologa- Psicoterapeuta

www.psicomodena.com

Ingredienti utili per far funzionare la coppia

 

Questo articolo vuole puntare l’attenzione su alcuni principi, che sono stati individuati attraverso delle ricerche, che possono aiutare ad avere una sana vita di coppia.

 

Una coppia funziona in modo sano se pensa che non esiste una verità assoluta, ma relativa.

 Sappiamo che quando ci troviamo in una situazione conflittuale si pensa sempre di avere ragione e che l’altro abbia torto e questa modalità di pensare può portare a un aumento della conflittualità all’interno della coppia, in cui ognuno cerca di far valere la propria idea o opinione, rifiutando quella dell’altro.

Secondo Beavers (1986) l’idea di possedere la verità è dannosa nella coppia e ne mina la sua salute.

Per superare l’idea di avere la verità, si può iniziare a prendere in considerazione il fatto che ognuno ha le sue ragioni, noi sosteniamo le nostre ragioni e possiamo scegliere di considerare e di rispettare le opinioni dell’altro anche senza condividerle. Se si sceglie tale posizione, la coppia diviene un luogo in cui il dialogo e il confronto permangono nel conflitto.

Quindi ciò comporta l’accettazione dell’altro come irriducibile al nostro punto di vista.

 E’, dunque,  importante riuscire a mettersi nella posizione di ascolto dell’altro.

 

Un altro ingrediente che può aiutare la coppia a funzionare in modo sano è quello di riuscire a sentirsi individui vitali in grado di sopravvivere anche senza l’altro. Ovviamente due partners che  vivono una  vita felice preferiscono avere l’idea di un futuro positivo, piuttosto che considerare la prospettiva dolorosa della separazione. Non stiamo parlando di questo. I partners che sono in grado di pensarsi anche soli e che prevedono di non morire se l’altro se ne va, hanno una carta in più verso di sé e maggiori risorse per la propria coppia.

 

Il terzo ingrediente utile è quello di avere ognuno una propria autonomia che permetta di mantenere degli spazi reali fuori dalla coppia, non solo nell’ambito lavorativo ma anche nel tempo libero. Quindi vedersi un po’ meno ma vedersi sereni fa bene alla vita di coppia.

 

Il quarto ingrediente è la dose di potere nella coppia. Il potere dovrebbe essere equilibrato, è noto come nelle coppie in cui vi è uno solo che decide sempre,  alla lunga si creano dei danni nella relazione, soprattutto se visto in un’ottica di prevaricazione o di convenienza.

 

A questi ingredienti si può aggiungere l’idea che il disagio è co-costruito dalla coppia e cambiare l’altro e i suoi punti di vista è un compito molto arduo, mentre è meno difficile cambiare se stessi. Pensare che le risorse nella coppia non è che si sono esaurite, ma semplicemente non si  sono ancora attivate.

 

Queste dette sopra sono alcune indicazioni che potrebbero rivelarsi utili alla coppia, tenendo però in considerazione che per ogni coppia è indispensabile cercare le specifiche motivazioni della propria sofferenza.

 

Bibliografia: 

Beavers W. (1986) Il matrimonio riuscito, Astrolabio, Roma.

 

Articolo scritto da

Dott.ssa Laura Tavani

Psicologa-psicoterapeuta

www.psicomodena.com

L’UTILIZZO DELLA TECNICA EMDR NELLA TERAPIA DI COPPIA

 

 

 

INTEGRAZIONE DELL’EMDR CON LA TERAPIA DI COPPIA

Data l’efficacia dell’utilizzo dell’ EMDR (desensibilizzazione e rielaborazione attraverso i movimenti oculari) a livello individuale il suo uso è stato esteso anche alla coppia e alla famiglia.

In particolare in questo articolo l’attenzione verrà posta sull’uso dell’EMDR nella terapia di coppia.

 

OBIETTIVO DELL’UTILIZZO DELL’EMDR NELLA TERAPIA DI COPPIA

L’obiettivo dell’integrazione dell’EMDR con la terapia di coppia è quello di riparare le ferite di attaccamento permettendo di vivere un’esperienza di empatia e vicinanza affettiva.

Attraverso questa esperienza la coppia costruisce la fiducia andando a sciogliere le proprie difese.

Lavorando insieme ogni individuo ha la possibilità di accedere alle ferite passate mentre il rispettivo partner assiste in modo compassionevole, attivando una sintonizzazione reciproca. Tale incremento di empatia permette di rimpiazzare i vecchi racconti disturbanti con storie nuove.

La diminuzione dell’intensità emotiva delle esperienze passate permette alla coppia di rispondere con meno enfasi sul passato e con più energia sull’interazione presente (Shapiro, Kaslow, Maxfield, 2011).

 

DIFFICOLTA’ NELLA COPPIA E RICHIESTA DI AIUTO

Nel corso del ciclo di vita di una coppia quest’ultima deve affrontare talvolta delle ferite come ad esempio un tradimento, un rifiuto, un abbandono che possono portare a un conflitto anche grave.

In questi casi è possibile che la coppia cerchi aiuto nella terapia, con cui la stabilità e il comportamento di superficie migliorano. In seguito nei casi di maggior sofferenza la coppia ha bisogno di  un cambiamento più profondo e di maggior sostegno, qui può essere di aiuto l’utilizzo dell’EMDR.

 

QUANDO SI RICHIEDE L’EMDR NELLA TERAPIA DI COPPIA

Se nella terapia di coppia quest’ultima rimane bloccata si può prendere in considerazione l’EMDR al fine di elaborare le problematiche di attaccamento individuali e ricreare un attaccamento tra i due partner.

Quando i membri della coppia hanno raggiunto un attaccamento più sicuro allora la terapia può continuare.

 

A CHI E’ INDICATO L’USO DELL’EMDR IN TERAPIA DI COPPIA

L’uso dell’EMDR in terapia di coppia è indicato per quelle coppie che cercano empatia, comprensione reciproca verso particolari eventi scatenanti;  per coppie che hanno difficoltà a mostrarsi reciprocamente la propria vulnerabilità; per coppie che nel trattamento si trovano in uno stato di blocco; per coppie che non riescono a superare la tendenza a personalizzare o a proiettare.

Non è indicato un lavoro congiunto di EMDR per chi ha una storia di grave trauma alle spalle, quando entrambi i partner mostrano una significativa dissociazione, quando entrambi i partner sono riluttanti a provare l’EMDR di fronte all’altro partner, quando manca l’impegno nella relazione, in casi di ostilità e conflitti intensi (Shapiro, Kaslow, Maxfield, 2011).

 

 

Bibliografia:

Manuale di EMDR e terapia familiare, F. Shapiro, F. W. Kaslow, L. Maxfield. Ed. Ferrari Sinibaldi, 2011 Milano.

 

Articolo scritto da Dott.ssa Laura Tavani

Articolo sull'EMDR

IL TRAUMA E LA SUA ELABORAZIONE ATTRAVERSO L’EMDR

08/12/2013
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EDUCAZIONE EMOTIVA

E’ attraverso le emozioni che i bambini possono dare forma ai loro pensieri, ai legami affettivi, al loro percorso di crescita.

La qualità dello sviluppo è influenzata da come i bambini apprendono già dai primi anni di vita a far fronte alle proprie emozioni. Oltre alla famiglia, la scuola è un luogo privilegiato in cui  i bambini sperimentano l’intrecciarsi dell’apprendimento e della relazione. A scuola è rilevante sviluppare progetti e usare mezzi educativi che aiutino i bambini a conoscere se stessi, ad imparare ad ascoltarsi, attivando relazioni interpersonali positive sia con i pari che con gli adulti.

Molti soggetti crescono pensando che le loro emozioni sono da nascondere:

- speriamo che nessuno sappia che mamma e papà litigano sempre, speriamo che nessuno si accorga che il vicino di casa mi molesta…

Le emozioni irrisolte in preadolescenza e adolescenza diventano:

- bullismo (in tutte le sue varianti)

- disturbi del comportamento alimentare

- comportamenti a rischio

-fobie sociali

-dropping out

Le emozioni hanno bisogno di essere presidiate, raccontate e curate attraverso il potere della relazione e della comunicazione.

OGGI L’EDUCAZIONE EMOTIVA È LASCIATA AL CASO E TUTTI GLI STUDI CONCORDANO NEL SEGNALARE LA TENDENZA, NELL’ATTUALE GENERAZIONE, AD AVERE UN MAGGIOR NUMERO DI PROBLEMI EMOTIVI RISPETTO A QUELLE PRECEDENTI.

E QUESTO PERCHÉ OGGI I GIOVANISSIMI SONO PIÙ SOLI E PIÙ DEPRESSI, PIÙ RABBIOSI E RIBELLI, PIÙ NERVOSI E IMPULSIVI, PIÙ AGGRESSIVI E QUINDI IMPREPARATI ALLA VITA, PERCHÉ PRIVI DI QUEGLI STRUMENTI EMOTIVI INDISPENSABILI PER L’AUTOCONSAPEVOLEZZA, L’AUTOCONTROLLO, L’EMPATIA, SENZA I QUALI SARANNO SÌ CAPACI DI PARLARE, MA NON DI ASCOLTARE, DI RISOLVERE I CONFLITTI, DI COOPERARE.

U. GALIMBERTI L’ospite inquietante feltrinelli, MILANO, 2007

Cos'è la mindfulness?

E' la pratica «consapevolezza» , funziona per combattere lo stress.

E' stato rilevato come si stiano moltiplicando i gruppi nel mondo, Italia compresa, che la propongono come medicina per guarire le ferite e le sofferenze che oggi si chiamano stress e che non sono legate soltanto a malattie, ma anche al vivere quotidiano, ai disagi dell'ambiente di lavoro, alle pressioni sociali, alla crisi attuale.

La pratica della mindfulness  è una forma di meditazione che è stata valutata in una serie di ricerche scientifiche, censite dal sito PubMed(l'archivio universale degli studi in campo biomedico), a partire dal 1982.

Il primo lavoro porta la firma di Jon Kabat-Zinn dell'University of Massachusets Medical School di Worcester e si riferisce al trattamento del dolore. L'ultima, sul giornale Brain, Behavior & Immunity, ancora a firma di Kabat-Zinn, è dell'agosto scorso e dimostra come la meditazione sia un vero è proprio farmaco contro la solitudine degli anziani.

 

 Santorelli spiega che la mindfulness è la consapevolezza che nasce dal prestare attenzione al momento presente, intenzionalmente e senza giudicare. Consapevolezza non è sinonimo di rilassamento e non è nemmeno una filosofia: è un modo di essere che implica lo stare costantemente in relazione con se stessi e con il mondo e l'accettare quello che c'è, sia che si tratti di disagio, di sofferenza, di passione o di piacere.

Ovvero passiamo la maggior parte della nostra vita a pensare al passato o al futuro, mentre dovremmo radicarci nel presente, nel «qui e ora», imparando ad accettare noi stessi e a vivere più profondamente le nostre esperienze che sono fatte di sensazioni, di emozioni, di pensieri, di relazioni. L'obiettivo di tutto questoè diminuire la sofferenza interiore e lo stress.

Sono diverse le strade che conducono alla mindfulness e che si apprendono con la pratica. Una è quella del corpo, l'altra è quella delle sensazioni, la terza è quella delle emozioni: eccole in estrema sintesi. La pratica del body scan, per esempio, che viene insegnata durante le lezioni, permette di prestare attenzione al corpo. Ecco allora che mi concentro sul respiro, poi sulle mani, poi sui piedi che appoggiano a terra... E posso anche ascoltare le sensazioni che provo toccando con la mano il bracciolo della sedia o cercare la posizione più piacevole (è questa la strada delle sensazioni) o, infine, accogliere pensieri ed emozioni che arrivano alla mia mente, piacevoli o spiacevoli, non importa, non devo giudicare... (è la pratica con le emozioni)

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 LEGAME TRA LE CURE MATERNE E SVILUPPO DELL'IPPOCAMPO NEI BAMBINI

 

Da una ricerca della Waschington University School of Medicine di St. Louis si rileva come i bambini che durante l'età prescolare ricevonodcure materne intense sviluppano meglio l'area del cervello necessaria per la regolazione dell'apprendimento, della memoria e dello stress. 
SecondoEnrico Cherubini, coordinatore del settore di Neurobiologia della Sissa di Trieste e presidente della Società italiana di neuroscienze  vi è un rapporto tra la sviluppo dell'ippocampo e le cure materne, tale interdipendenza viene confermata anche anche da vari studi condotti sul mondo animale.

Nei primi anni di vita il bambino ha un cervello plastico, in grado di formare continuamente nuove connessioni. Quindi è altamente probabile che gli stimoli materni contribuiscano all'aumento di questo network, favorendo lo sviluppo delle sinapsi dell'ippocampo.

I ricercatori hanno condotto un esperimento costringendo bambini dai 3 ai 6 anni ad affrontare una situazione frustrante. I bambini venivano lasciati in una stanza con un pacchetto dai colori molto vivaci, avrebbero potuto aprire il regalo solo dopo che la mamma avesse portato a termine una serie di disegni.

Osservando come madre e figlio gestivano la situazione, pensata proprio per replicare i fattori di stress tipici della quotidianità (in cui una mamma non può assecondare in ogni momento le richieste del figlio), gli studiosi hanno classificato sotto la categoria "accudimento" i casi in cui le madri offrivano rassicurazione e supporto al bambino, e diversamente quelli in cui lo ignoravano o rimproveravano. 
In seguito, quando i bambini avevano compiuto dai 7 ai 10 anni, i ricercatori hanno effettuato scansioni con risonanza magnetica al cervello di 92 di loro, riscontrando, in quelli con mamme più amorevoli, un ippocampo più grande del 10 per cento rispetto a quelli rientrati nell'altra categoria.

FAMIGLIE SEPARATE

La separazione e il divorzio sono processi che portano ad un'evoluzione delle relazioni famigliari su diversi piani: coniugale, genitoriale e ambiente esterno.

A livello coniugale la coppia deve riuscire ad elaborare il divorzio psichico, le persone separate dovrebbero ritrovare la loro progettulità individuale, la fiducia nelle proprie capacità. Elaborando il fallimento del legame la coppia può gestire il conflitto in maniera cooperativa.

Da ricerche fatte si è notato come il perdurare del conflitto per lunghi periodi di tempo dopo la separazione costituisce la principale fonte di stress anche per i figli, perchè continuano ad essere coninvolti in dinamiche relazionali non funzionali.

A livello genitoriale è necessario che gli ex coniugi continuino a svolgere i ruoli di madre e padre e a rispettarsi reciprocamente. Ogni genitore deve favorire l'accesso all'altro e alla sua famiglia d'origine, al fine di non negare al figlio il senso di continuità della propria storia.

Solo se gli ex coniugi hanno rielaborato le perdite relative alla separazione e riconosciuto il proprio contributo al fallimento coniugale potrà instaurarsi un rapporto di collaborazione per gli aspetti che riguardano gli esercizi della genitorialità.

Per quanto riguarda le relazioni con l'ambiente esterno, gli ex coniugi devono ridefinire i rapporti con le rispettive famiglie d'origine, con gli amici e conoscenti.

Il processo di separazione assume diversi aspetti in relazione alla fase del ciclo di vita in cui avviene, alla storia intergenerazionale dei protagonisti, all'età dei figli che ne sono coinvolti, alle risorse di cui dispone ogni membro della famiglia e alle specifiche dinamiche relazionali che costituiscono lo scenario in cui si costituiscono le problematiche famigliari in quel preciso momento del ciclo di vita.

Le fasi del ciclo di vita con maggior probabilità che possa verificarsi una separazione coniugale sono:

- la fase della formazione della coppia

- la fase della nascita del primo figlio

- la fase dell'adolescenza dei figli

- la fase dell'uscita di casa dei figli

M.M. Togliatti; A.L. Ladavera.Dinamiche relazionali e ciclo di vita della famiglia. 2002 il Mulino

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ESPERIENZE TRAUMATICHE

 

Un trauma è uno stimolo così intenso da sopraffare le capacità di resistenza e di adattamento di un organismo. Un evento diventa traumatico quando supera la capacità dell'individuo di agire ad esso.

Non tutte le esperienze stressanti  sono seguite da una condizione che influenza negativamente l'attività della mente.

Se la situazione viene affrontata in modo sufficentemente efficace, mantenendo il pericolo sotto controllo e ripristinando una condizione di relativa sicurezza, non comporterà un trauma psicologico. Tale processo può richiedere del tempo ed è influenzato dal sostegno ricevuto e dalle regole del contesto sociale di appartenenza.

Di fronte a un'esperienza potenzialmente traumatica si attivano delle reazioni generali di tipo sia psicologico che somatico, utili per far fronte alla situazione.

Se l'evento può essere affrontato in modo attivo, o può essere evitato, si innescherà una reazione di lotta o fuga (F. Baldoni, 2010)

Di fronte a situazioni molto stressanti verso le quali l'individuo non si sente in grado di farvi fronte o di fuggire da essi si manifesterà una reazione di conservazione/ritiro.

Vittime del bullismo da piccoli, ansiosi e depressi da adulti

 

In uno studio sui giovani tra i 9 e i 13 anni pubblicato sulla rivista Jama Psychiatry vengono descritte le conseguenze a lungo termine del bullismo.

E' emerso che le vittime di bullismo sono più a rischio di soffrire di disturbi psichiatrici da adulti, dalla depressione, all'ansia, dagli attacchi di panico all'agorafobia. E' emrso anche che i bulli possono risentirne a lungo termine del proprio comportamento e divenire adulti con disturbo antisociale.

 

Articolo completo su:



http://www.corriere.it/salute/neuroscienze/13_febbraio_22/ansia-depressione-danni-bullismo_0c9959a8-7c1b-11e2-9e78-60bc36ab9097.shtml

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COSA SUCCEDE AL CERVELLO SE SOGNIAMO AD OCCHI APERTI?

 

Quando fantastichiamo, sogniamo ad occhi aperti si attivano le aree cerebrali coinvolte nella memoria come l'ippocampo, una struttura che archivia le informazioni e recupera i ricordi.

Si attivano, inoltre, anche i circuiti nervosi della percezione. Infatti, se immaginiamo un oggetto, è stato verificato che si attivano le stesse aree cerebrali  che si attiverebbero se lo avessimo effettivamente davanti agli occhi. Allo stesso modo se immaginiamo di fare un movimento si attivano le stesse aree cerebrali che si attiverebbero se lo stessimo facendo veramente.

http://www.focus.it/scienza/psicologia

Contatti

Per informazioni e appuntamenti telefonare al numero:

333 3197118

oppure mandare una mail all'indirizzo:

lauratavani22@gmail.com

 

 

 

Studio in Modena:

- Via Barberini, 158

 

Studio in Castelnuovo Rangone (Mo): 

- Poliambulatorio Kinesis

via C. Menotti, 6

 

 

 

 

Consulenza Psicologica e Psicoterapia Individuale, di Coppia, Famigliare

Il servizio può offrire una consulenza psicologica o una psicoterapia.

Si rivolge a: individui, coppie, famiglie che stanno attraversando una fase difficle all'interno del loro ciclo di vita.

 

Le problematiche più frequenti possono sfociare in:

- sintomi d'ansia, attacchi di panico

- disturbi dell'umore/ depressione

- disturbi del sonno

- disturbi dell' alimentazione

- problematiche relazionali: conflitti, separazioni/divorzi

- problematiche educative e dello sviluppo

-problematiche genitoriali

- traumi 

 

Dott.ssa Laura Tavani, Servizio Di Psicologia E Psicoterapia
Psicologi Modena
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